LA SCARPINA CHICCO IMPARO

LA SCARPINA CHICCO IMPARO

C’è una novità per i bimbi che mi rende molto fiera. Chicco ha studiato una scarpina molto particolare che aiuta i più piccoli ad apprendere il modo corretto di camminare, ed io ho studiato il nome per questa linea di scarpine così importante ed unica.

Il nome è Imparo, e nella combinazione Chicco Imparo acquisisce potenza e ricchezza ancora più ampie. Si, è un nome straniante nella sua semplicità: un verbo in prima persona, serio, significativo, visionario, e ultra italiano.

Faccio un passetto indietro (del resto sono in tema!) e dico due parole sull’impegno e l’attenzione che in Chicco vengono messi quando si fa innovazione. L’Osservatorio Chicco è un centro di ricerca che monitora la dìade bimbo/mamma per coglierne i bisogni, i rituali, gli aspetti più sottili.

UN'INNOVAZIONE POTENTE

Chicco ha dato vita al Progetto Fisiologico che ha una portata enorme sullo sviluppo del bambino, sulla corretta postura e sull’apprendimento del giusto modo di camminare nelle varie fasi, dal gattonamento alla conquista della posizione eretta. Insieme con il Dipartimento di scienze Motorie dell’Università di Parma e con il professor Testa, Chicco ha creato i presupposti e gli strumenti adatti ad aiutare il bambino nella sua crescita. Le scarpine Chicco Imparo hanno una suola con spessori differenziati proprio per favorire l’appoggio della pianta del piede e per stimolare la formazione dell’arco plantare. Una flessibilità studiata di tutte le parti della scarpina fa sì che il bimbo sin dal suo primo passo impari in modo naturale ad appoggiare bene il piede. La nuova scarpina lo guida nel movimento giusto senza essere correttiva, costrittiva o formativa, e meno che mai ortopedica.

QUALE STRADA PER IL NAMING?

La sfida della ricerca del nome per la nuova scarpina stava proprio nella necessità di mettere in evidenza il valore della proposta senza assumere un tono tecnico e prescrittivo. Una strada poteva infatti essere quella di rappresentare con un nome scientifico temi come postura, arco plantare, elica podalica, curva rotatoria, azione centripeta, assetto, traiettoria … tutti elementi e parametri fondamentali ma freddi e poco appealing per le mamme. Dal momento che questi aspetti sono spiegati attraverso materiali informativi ed altri momenti di presentazione e formazione al prodotto, non era indicato veicolarli attraverso il nome.

Diversamente, il nome ha potuto costruire un mondo evocativo dei valori e degli aspetti importanti per la mamma e il bambino.

VINCE LA SPONTANEITÀ

Lo studio semantico ha portato a convergere sui temi dell’apprendimento e della guida al camminare, e a privilegiare nel nome la semplicità e la naturalezza. Al termine del percorso di ricerca che è durato quasi un mese, senza contare i tempi delle verifiche linguistiche e giuridiche, è stato scelto il nome Imparo che ha numerosi asset per le mamme italiane.

  • E’ un verbo e questa per il naming è una scelta originale
  • E’ in prima persona singolare come se fosse il bambino a dichiarare cosa sta avvenendo per lui in quel momento. In fondo è lui il protagonista di questo evento magnifico che è crescere.
  • Non usa il linguaggio ludico dei bambini ma introduce una dimensione seria, importante.

Il nome è stato testato nelle principali lingue europee; è semplice da pronunciare e non risveglia associazioni disdicevoli per quanto in molte lingue si perda il significato di “imparare”, pur rimanendo chiara l’origine italiana del termine.

Imparo è risultato libero all’identità come trademark per i prodotti di abbigliamento e calzature ed è stato depositato da Chicco come marchio “Chicco Imparo”.

Chicco Imparo è l’unica scarpina ad avere un contenuto innovativo così forte e prezioso: le mamme presso cui la linea è stata testata hanno capito perfettamente il valore della proposta e il nome Imparo ha contribuito a costruire intorno alla scarpina una immagine chiara, rassicurante, completa.

Un vincolo molto forte per la scelta del nome era rappresentato dal ridotto spazio sulla scarpina per ospitare il logo: il nome non doveva superare le 6 lettere, anzi, meglio se più breve! Nelle 6 lettere del nome Imparo è contenuta la magia e la bellezza della scoperta che ogni giorno il bambino fa nella sua conquista del mondo.




FESTIVAL DELLA CREATIVITA’ 27-29 MAGGIO

FESTIVAL DELLA CREATIVITA’ 27-29 MAGGIO

Anche quest'anno sono promotrice del Festival della Creatività organizzato dall'associazione Createca di cui faccio parte. Qui si può scricare il programma del Festival che come negli anni passati si terrà ad Ariccia, vicino Roma dal 27 al 29 maggio.

Il tema di questa XXXII edizione è ambizioso, LA FORZA DEL DIALOGO e i workshop sono tanti, proprio per affrontare e sviscerare i molteplici aspetti del dialogo.

Purtroppo quest'anno non potrò animare nessun workshop perché non sarò presente; vi invito però a partecipare e a fare questa bellissima esperienza del Festival.

Ecco la presentazione del tema di quest'edizione del festival

"Comunicazione, relazione, dialogo sono tre importanti sfere semantiche che sconfinano

le une nelle altre. Ma cosa significa questa parola che entra in gioco in ogni forma di

vita? Come possiamo entrare in contatto con noi stessi e con gli altri? Quali sono le

premesse necessarie alla realizzazione di un’adeguata relazione dialogica?

Le parole aprono dei mondi, non sono inerti, ma possono anche essere delle prigioni

che dovremmo essere capaci di aprire. Come trovare le parole che creano

comunicazione e che riescono a mediare con il linguaggio del silenzio?

Il file rouge del Festival sarà l’individuazione dei meccanismi che ci aiutano a attivare

il dialogo, a creare relazioni. La meta è ricostruire la comunicazione perduta che è

possibile ritrovare se riusciamo a immedesimarci nei pensieri, nei sentimenti, nelle

aspirazioni"

Le parole sono pietre. Carlo Levi

 


VOLKSWAGEN PRESENTA PHIDEON PER IL MERCATO CINESE

VOLKSWAGEN PRESENTA PHIDEON PER IL MERCATO CINESE

Si chiama Phideon e in Cina il suo nome sarà 辉昂 [huī áng]. Si tratta della nuova ammiraglia studiata in Germania esclusivamente per il mercato cinese, e nata dalla joint venture di Volkswagen Group e SAIC Motor. Il nome è stato studiato da Labbrand, società leader nel branding in Cina, e partner del network di naming GNN di cui anche io faccio parte. I colleghi cinesi sono partiti studiando il nome alfabetico Phideon, ispirato dalla dea romana della fiducia (fides in latino) ed hanno creato l’equivalente cinese 辉昂 [huī áng] i cui ideogrammi comunicano onore, dinamismo e maestosità.

Credo che in Cina siano proprio in pochi a conoscere il latino e quello che per noi è la cultura classica. Pertanto un nome come Phideon che per noi è forte, solido e positivo ad una persona cinese che può leggere i caratteri occidentali, non richiama la mitologia e la classicità. Gli ideogrammi scelti per il corrispondente nome cinese suggeriscono concetti coerenti con le evocazioni di Phideon/Fides, ma probabilmente perdono la portata e l’eleganza che il nome comunica a noi occidentali.

Il lavoro di ricerca e traslitterazione che si compie per adattare i nomi di origine occidentale alla lingua cinese è certosino. A volte si decide di creare un nome “cinese” che abbia un'assonanza con l’originario nome occidentale, privilegiando quindi gli aspetti fonetici. Altre volte si cerca una comunanza semantica e si ricorre agli ideogrammi che hanno significati ed evocazioni identiche o vicine alle suggestioni del nome “occidentale”. Quando il binario fonetico e quello semantico si incontrano, allora è Bingo! Un caso clamoroso è quello di Coca Cola, che dopo una via "cinese" non gratificante ha trovato una traslitterazione ideale:  可口可乐 che si pronuncia kěkǒu kělè, quindi con una fonetica che ricorda la pronuncia inglese, e significa “permettere alla bocca di essere in grado di rallegrarsi”, più semplicemente “gradevole e che rende felice” .

La berlina 3 volumi Phideon verrà venduta ad autunno 2016 e nel quadro di VW prenderà il posto della Phaeton prodotta dal 2002 per il mercato globale e ora sul viale del tramonto. Phaeton è un nome “occidentale” che sembra non abbia mai avuto un nome cinese corrispondente. Nella struttura e nella corrispondenza sillabica PH- / -ON Phaeton è molto simile a Phideon, ma foneticamente un po’ più pesante e statico. Dato lo scarso successo, penetrazione e notorietà della Phaeton, la somiglianza tra i due nomi non dovrebbe creare grandi problemi.




4e4 orto Polli

4e4 orto Polli

Il numero 4 ha una storia felice in cucina, e nel caso del nome della nuova linea di salse e sughi Polli 4e4 orto, il numero è ripetuto ben due volte. Una leggera variazione che trasforma il numero “otto” in “orto” ed ecco un nome fresco, divertente, dinamico.

L’intento era quello di comunicare la rapidità, la sfiziosità, il concetto di “subito pronto”, e insieme la genuinità e la naturalità. La parola “orto”, anche se già ben sfruttata nel naming di prodotti vegetali, che siano freschi, conservati o surgelati, è efficace; con il gioco linguistico tutto il nome diventa orecchiabile, gustoso, smart.

La resa grafica accorcia un nome che nella pronuncia è molto lungo: quat-tre-quattr-or-to; alla fine i segni scritti sono 7 più uno spazio. La scelta di usare l’iniziale minuscola nella parola “orto” sortisce anche l’effetto di subordinare il nome della linea a quello dell’azienda, che mantiene un posto d’onore sul pack in adesione ad una architettura di marca chiara.

Il pack è allegro, verace, ricco di stimoli intonati alla tradizione italiana, alla naturalità e alla freschezza. Per i suoi contenuti la linea si inserisce in un filone molto attuale, con proposte vegane, ingredienti particolari come tofu e soia che vanno incontro ad esigenze di alimentazione sempre più concrete. Una recente ricerca di Eurisko segnala che il numero di persone che non consumano carne e pesce è in aumento, e il 3% della popolazione italiana è vegano.

Quando è nata la linea il pensiero dell’azienda era se dovesse avere un nome unico e ospitare i 7 prodotti (4 salse per bruschetta + 3 sughi) o se fosse il caso di spezzare la linea, utilizzando due nomi diversi. Per rispondere a logiche sia di distribuzione (presenza a scaffale, numero di referenze minime…) sia di comunicazione (compattezza, forza, concentrazione degli sforzi) l’azienda ha correttamente seguito la strada del nome unico, brioso, accattivante, coerente con una tradizone tutta italiana, e con una eredità di marca popolare.

Sottolineo la forma originale e i materiali della vaschetta: una cupoletta sferica trasparente, riciclabile al 100% che ha molto ispirato la creatività nella ricerca di naming che ho condotto, ma che non ha portato poi al nome scelto alla fine dal Polli.




JESUS JEANS

JESUS JEANS

Jesus: Un nome, un programma. O forse il programma è venuto dopo. Comunque in principio il verbo c’era ed era Jesus, frutto di una pensata di Oliviero Toscani, provocatorio e anticonvenzionale anche da giovane. Sembra che passeggiando con l’amico Maurizio Vitale a New York, e guardando un poster del musical Jesus Christ Superstar, Toscani abbia consigliato a Vitale il nome Jesus per i jeans che questi voleva produrre in Italia. Così nel 1971 nascono i primi jeans italiani, che vestono il desiderio di libertà, aspirazione, irriverenza e ribellione dei giovani nostrani. Perché il nome Jesus? “Perché è un bel nome. E poi, lo conoscono già in tanti” dice Toscani a Vitale, di famiglia ebraica. La formula Jesus Jeans è forte anche foneticamente, perché ripropone il suono “gi” in allitterazione. A tenere alto il tono evocativo del nome contribuisce anche la campagna pubblicitaria pensata da Michael Goettsche ed Emanuele Pirella, che ispirati dal nome portano avanti il discorso … evangelico. I loro slogan irriverenti hanno segnato la storia della pubblicità italiana: da “Non avrai altro jeans all’infuori di me” a “Chi mi ama mi segua” che unisce alla provocazione verbale anche un’immagine molto memorabile.

Non posso non ricordare gli anatemi lanciati da Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera del 17 maggio 1973, non tanto allo slogan e al linguaggio pubblicitario, quanto alla posizione della Chiesa nei confronti dello stato, della modernità, della tecnologia. “Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa … C’è, nel cinismo di questo slogan, un’intensità e una innocenza di tipo assolutamente nuovo, … i nuovi industriali e i nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione. Lo spirito blasfemo di questo slogan non si limita a una apodissi, … Esso è qualcosa di più che una trovata spregiudicata … punisce la Chiesa per il suo patto col diavolo. Il suo spirito è il nuovo spirito della seconda rivoluzione industriale e della conseguente mutazione dei valori”.

I jeans Jesus sono stati anche i primi jeans ad arrivare in Unione Sovietica negli anni ’80, infilando un altro primato glorioso. Il brand entra però in crisi alla fine degli anni ’80, e ricomincia a vedere la luce quando dopo essere stato acquisito dal gruppo BasicNet è oggetto di un concreto rilancio nel 2011 a Palazzo Pitti.




SUPERGA: DA UN PATRONIMICO AD UN NOME GEOGRAFICO

SUPERGA: DA UN PATRONIMICO AD UN NOME GEOGRAFICO

Continua la carrellata sui nomi di alcuni marchi storici Made in Italy che hanno attraversato e colorato la nostra giovinezza.

Ecco comparire “ufficialmente” Superga: è il 26 giugno 1944, anche se il protocollo dell’ufficio preposto U.C.B. risale al 23 settembre 1946. Ma la storia comincia molto prima, da un lato perché Superga come nome viene anticipato dall’uso popolare ben prima di diventare marchio, essere registrato e comunicato. Dall’altro perché l’azienda nacque nel 1911 con il nome del suo proprietario: la Walter Martiny Industria Gomme. Martiny importò in Italia la tecnologia della gomma vulcanizzata, inventata in America alla fine dell’Ottocento da Charles Goodyear. Costui aveva scoperto come rendere la gomma più resistente, aggiungendo al lattice naturale piccole percentuali di zolfo, e trattandolo termicamente in forno.

LA GOMMA VULCANIZZATA E LE PRIME SNEAKERS AL MONDO CON SUOLA IN GOMMA

L’azienda di Martiny comincia a produrre pneumatici, oggetti e soprattutto calzature e stivali in gomma per l’agricoltura e la pesca: siamo in Piemonte, terra di risaie e di lavoro in acqua, e poter disporre di calzature impermeabili, resistenti agli agenti atmosferici e alle sollecitazioni meccaniche, salva centinaia di operai e mondine da infezioni letali. Sembra poi che per favorire la moglie tennista, Martiny inventò di sana pianta (appunto!) le prime scarpe sportive al mondo con suola in gomma naturale vulcanizzata. Ai tempi per giocare a tennis si usavano scarpe in tela con suola di corda: Martiny crea un calco esatto della suola di corda, e la riproduce in gomma naturale. Proprio dalle irregolarità della corda nasce la suola a buccia d’arancia, così granulosa e caratteristica, la stessa che ancora vediamo sotto le gloriose Superga, il modello 2750 nato nel 1925 e oggi ancora un mito.

L’azienda si espande e avendo sede ai piedi della collina di Superga, dove nel 1731 sorse la famosa basilica custode delle tombe della famiglia Savoia, la gente cominciò a riferirsi a Superga per dire la fabbrica, piuttosto che la dicitura Walter Martiny … . L’uso informale molto pratico, porta ad adottare la denominazione toponomastica rispetto a quella patronimica, e il nome Superga comincia a comparire su tutta la gamma dei prodotti in gomma.

IL NOME GEOGRAFICO O TOPONIMO

Relativamente all’origine del toponimo Superga o Soperga sono stati fatti vari studi, e la situazione è controversa: di certo c’è che si esclude l’origine latina da Super Terga Montium, “sul dosso dei monti”. Altra cosa certa è la presenza del termine teutonico perg / berg che indica il monte. Circa la prima parte del nome Su- o So- l’ipotesi più accreditata si riferisce ad un documento comunale del 1389 che cita il monte Sarobergia o Saropergia. Il termine è probabilmente riconducibile al nome del villaggio di Sarra, citato già in un documento del 1034, di origine celtica. I toponimi Sarra, Sarrum, Serra, Serrum, Sarrata, Sarratum, Sarrarium, Serrata, Serrarium, Serreria, nel latino volgare si usavano per indicare in tutta la penisola “colle, monte, picco, ciglione o comunque località collinose e montagnose”. Pertanto Sarrapergia originariamente significava “il monte della collina”. Da Sarrapergia si arriva a Saroperga, poi Saôperga, poi Sôperga e infine siccome “i Piemontesi pronunziano la “o” sempre colla “ou” provenzale, e così ne risultò che il primitivo Sarobergia divenne (…) So-perga e finalmente Superga.”

L’azienda Superga passò attraverso vicende più e meno fortunate. La crisi degli anni '70 portò a concentrarsi sulle calzature sportive, e l’unione con Pirelli fece moltiplicare il numero di scarpe prodotte. Dal 2007 BasicNet è titolare del marchio Superga e ogni anno vengono “sfornate” 5.000 milioni di scarpe Superga, in 400 modelli.

Ringrazio Anna Sartorio e l’ufficio stampa di BasicNet (che si chiama appunto BasicPress) per la ricchezza di informazioni e aneddoti che rendono ancora più appassionanti le storie dei marchi che hanno reso grande l’Italia. Prendo appuntamento per un altro mito italiano legato a BasicNet: audace, provocatorio, irriverente. Chissà chi indovina …




K-WAY. DI ORIGINE FRANCESE, MA CON UN PROFUMO DI AMERICA

K-WAY. DI ORIGINE FRANCESE, MA CON UN PROFUMO DI AMERICA

Ecco un’altra storia di lettere K che ha segnato... la storia. Questa volta si tratta di K-Way, che riguardo la sua origine nominale non ha nulla a che vedere con la “Kappa” di Robe di Kappa, ma che nel suo presente e nel suo futuro qualcosa con loro la condivide. Dal 2004 fa infatti parte del gruppo BasicNet che nel 1994 acquisisce e rilancia l’attività e i marchi del Maglificio Calzificio Torinese, quindi anche Kappa e Robe di Kappa.

K-Way nasce in Francia a metà degli anni ’60 come un’invenzione destinata a rivoluzionare e colorare l’abbigliamento per la pioggia. Ai tempi c’erano solo ombrelli e impermeabili tutt’altro che pratici. Nel 1965 il giovane imprenditore Léon-Claude Duhamel nella sartoria del padre crea ex novo una giacchetta con varie doti: è di nylon, quindi leggerissima e impermeabile, semplice, essenziale, unisex, e comprimibile. Proprio manipolando la giacchetta scopre infatti che si può infilare nella sua stessa tasca: sviluppa l’idea e nasce il marsupio, che si lega con una cinturina elastica in vita. Si tratterà di una cinturina molto particolare, a righe, destinata a diventare la cifra distintiva della cerniera, del logo, del brand. Al di là di ogni ottimistica previsione nel primo anno vengono venduti 250.000 K-Way.

In Italia si pronuncia sia ki-uei che key-uei, usando la lettura inglese della K. Anche il genere è … variabile e si dice sia il K-Way che la K-Way; d'altronde è nato per essere unisex, negli anni in cui l’unisex impera. È funzionale, tecnologico, colorato, intelligente, ispira e incarna un nuovo lifestyle; ma perché un nome così strano?

Il suo creatore racconta che lui lo avrebbe chiamato “En Cas De”, ovvero in caso di pioggia o vento, rimasti sottintesi. Ma l’agente pubblicitario voleva a tutti i costi un nome inglese per poter sembrare internazionale, e magari addirittura americano, in anni in cui l’americanità era un valore molto forte. Nella lingua francese “cas” si legge “ca” proprio come la lettera K, per cui Duhamel si convince e nasce il compromesso: la K prende il posto di “cas” e si combina con il termine inglese “Way” che contribuisce ad indicare “in caso, in modo che” (se serve lo usi, dal momento che lo puoi portare sempre dietro). Il trattino/puntino, molto originale in quegli anni, ha un valore iconico e unisce le due parti del nome, a tutti gli effetti inglese.

Oggi K-Way è nei vocabolari di tante lingue, accompagnato dal simbolo ® in apice che indica il marchio registrato K-Way®. Si tratta di un marchio celebre, ovvero con un alto grado di notorietà e conosciuto dalla pluralità del pubblico. A testimoniare la sua grande popolarità e il suo pionierismo è l’uso improprio che a volte viene fatto del nome K-Way, come fosse un termine generico per riferirsi ad una giacca impermeabile e antipioggia. L’uso generico del nome è combattuto dall’azienda proprietaria del marchio, che può anche procedere con un’azione legale per impedire questo fenomeno e limitare i rischi di “volgarizzazione” del brand name.

Un incendio dello stabilimento francese nel 1992 è il primo atto che porterà al fallimento dell’azienda francese. Sebbene poco a poco la produzione diminuirà fino a interrompersi, il marchio K-Way non scompare e nel 2004 viene acquisito dalla torinese BasicNet che ricomincia ad investire e a rivitalizzare la sua ricca eredità. Oggi è nuovamente un brand fashion, con negozi monomarca e linee di abbigliamento che vanno ben oltre la pioggia e il vento; tutti segni di un capitale ricco, forte, ben radicato, e pieno di linfa vitale.




QUESTIONE DI KAPPA; FANTASIA E AUDACIA AL POTERE

QUESTIONE DI KAPPA; FANTASIA E AUDACIA AL POTERE

I marchi Kappa e Robe di Kappa svelano una storia molto affascinante, molto italiana e molto audace.

C’era una volta un mondo tranquillo in cui potevano nascere aziende che si chiamavano semplicemente Società Anonima Calzificio Torinese (era la fine del 1916) o Manifattura Tessuti Maglieria Spa. Anni dopo queste due aziende si sono fuse insieme e hanno dato vita a Maglificio Calzificio Torinese. Siamo nel 1955, il marketing è ai primordi e per sfondare non serve un nome molto creativo o un’idea troppo geniale. Come i nomi estremamente semplici e descrittivi anticipano, le aziende si occupavano di calze e maglieria e subivano le vicende dell’Italia prima in guerra (fornivano maglieria e biancheria intima all’Esercito Italiano) e poi in crescita.

IN ORIGINE IL VERBO ERA ... AQUILA

In questo contesto l’azienda usava il marchio Aquila per i prodotti di maglieria, originale ma retaggio di una cultura militaresca che con gli anni e l’allontanamento dal regime fascista era diventato un po’ pesante. L’occasione si presenta nel 1956 quando a seguito di una partita di calze fallate, distribuite e ritirate prontamente dal mercato, l’azienda decide di giustapporre un segno di garanzia per le forniture successive, iper-controllate, garantite e sicure. Nasce la dicitura Kontroll, efficacemente simbolizzata da una K per distinguere le calze Kontrollate (alla tedesca!). Da allora i commercianti cominciarono a segnalare nelle ordinazioni, che le calze da consegnare erano quelle con la K, non le “Aquila normali”. In una Italia con un tasso di alfabetizzazione inferiore al 20% la forza segnica della K servì a veicolare contenuti e messaggi. Il passaggio nominale è estremamente interessante: da Kontroll nasce il segno K, da K nasce Kappa, ovvero la trascrizione della pronuncia della lettera, che però conserva l’iconicità della lettera K.

I PRIMI PASSI DELLA KAPPA

Bastò poco tempo perché Kappa oscurasse il marchio Aquila e perché si creassero i presupposti per un nuovo vincente capitolo per l’azienda in mano alla famiglia Vitale.

Anni ’60: le vendite di maglie per la salute e biancheria intima subiscono un crollo. Maurizio Vitale, geniale ventitreenne a capo dell’azienda, ha un’idea. Ispirandosi a John Lennon che indossa una camicia verde militare di un soldato caduto in Vietnam, e stimolato dalle scintille di contestazione, novità e sfida di quegli anni, fa tingere di verde militare le scorte di magazzino. Inoltre fa cucire gradi e stellette sulla maglieria diventata verde, e inventa così il look militare. Per l’azienda è la rinascita, per l’Italia una rivoluzione, per l’anziano presidente Lattes, ai vertici del Maglificio Calzificio Torinese insieme a Vitale, questa magliette e canottiere rivisitate in chiave sessantottina sono una cosa dubbia, rischiosa, generatrice di scetticismo. “Ma come le chiamiamo ‘ste robe qui?” sembra si chiedesse con tipico accento torinese. “Dottor Lattes, ma le chiami come crede! Le chiami le Robe di Kappa”, rispondeva Vitale.

ROBE DI KAPPA

È il 1969 e nasce il brand Robe di Kappa, arricchito poi dall’icona dei due ragazzi seduti di spalle, anche quella frutto di una intuizione veloce quanto geniale, durante uno shooting fotografico. Siamo entrati negli anni 70, il pensiero è più sofisticato, il mercato più agguerrito e non ci si può più accontentare di nomi descrittivi, generici e poco identificanti. “Robe” è un termine quasi dispregiativo, sicuramente poco valorizzante; Kappa è una garanzia di provenienza, di una azienda leader nella maglieria, con una storia vincente alle spalle, una competenza nell’interpretare fermenti e trend. Kappa come “concetto” viene addirittura personificato, tanto da avere qualcosa di suo (le “Robe di”), che garantisce con la sua presenza e firma.

Ricco di messaggi verbali e iconici, il brand Robe di Kappa attraversa la storia dell’Italia, della nuova cultura unisex, del casual, poi dello sport. L’immagine dei due ragazzi di schiena fa il giro del mondo, accompagna la Juventus, la prima squadra italiana a cucire il logo di un’azienda sponsor sulla propria divisa da gioco, e si fa notare alle Olimpiadi di Los Angeles portata da campioni del calibro di Carl Lewis ed Edwin Moses.

Tra le "kappa" di questa storia rientra anche Kappa, la divisione sportiva di Robe di Kappa, sempre di proprietà di BasicNet S.p.A. e dedicata all'abbigliamento sportivo e tecnico.




WEEDOO … ENERGY

WEEDOO … ENERGY

Weedoo: è un nome abbastanza chiaro anche a non anglofoni. Wee sta per We e doo è la scrittura della pronuncia del verbo (to) do. In rete e sui social oramai si trovano molti nomi che hanno una struttura simile (WeeDoo, WeDoo, Yoodoo …) e la tendenza attuale è proprio quella di uscire dalla grafia canonica e usare la pronuncia (Flikr, Happn …) che diventa nome. Sarebbe stato troppo criptico essere totalmente coerenti e ricalcare la pronuncia ui o wi anche per il pronome We, mentre la formula Wee è più riconoscibile.

VERBAL BRANDING BEN ARTICOLATO

Il messaggio arriva: noi facciamo. Inoltre una strategia di verbal branding molto forte basata sul noi-noi-noi, rilancia e fa vivere le due parti del nome: Wee entra nell’innovativo concetto del consulente speciale Weezard e Doo viene declinato nel nuovo concetto dei Doers, quelli che fanno.

La sensazione globale è di freschezza, smartness, agilità, leggerezza, chiarezza, con dietro una strategia: una nuova compagnia per l’energia che propone un servizio stra-noto, ma in modo nuovo. Il linguaggio è distintivo, il varbal branding è ben pensato ed il meccanismo di naming e pay off è integrato e memorabile. Energy for Doers.

Anche la scelta del dominio è particolare; forse per necessità, ma con un guadagno di espressività, ecco che compare un tld nuovo: www.weedoo.energy e un uso furbo dell’estensione per comunicare l’attività. Nella lettura del dominio “weedoo energy” si viene a creare una frase semplice, chiara, di impatto, portata poi avanti nei contenuti del sito: “siamo l’energia dei doers, l’energia di chi fa. L’energia che cambia le cose, la scintilla che accende le cose, siamo l’energia contagiosa che …”

Visivamente il sito è persino troppo ricco di rimandi in coerenza con il tema del fare, del costruire, della crescita e delle celle dell’alveare: api, miele, giallo, alacrità, operatività, profili …

L’impresa Weedoo si rivolge alle imprese, soprattutto quelle dinamiche, intraprendenti; mi viene da pensare alle start up create dai giovani, a chi condivide uno spirito frizzante, vivace, pratico, veloce. Dopo i makers gli artigiani del digitale venuti alla ribalta in questi ultimi anni, ecco che arrivano i doers: gli imprenditori, quelli che hanno energia, che vogliono realizzare, che costruiscono.